Jean Cocteau a Santo Sospir

 

“La villa Santo Sospir appartiene a M.me Weisweiller. Domina il capo di Santo Sospir, l’estrema punta sulla carta prima di quello di Cap Ferrat. La villa è costruita fra la strada che porta al faro e le rocce che discendono a picco fino al mare. In faccia si vedono: Antibes, Cannes, Nizza e, sulla destra, Villefranche, dove ho tanto vissuto.”

Sono le prime parole del sonoro del documentario dichiaratamente amatoriale che Jean Cocteau (Maison Laffitte, 5 luglio 1889 – Milly-la-Forêt, 11 ottobre 1963) dedicava “agli amici conosciuti e sconosciuti” (1).

Nel sobrio commento iniziale il poeta richiama due luoghi per lui tanto significativi: la Villa di Santo Sospir di St. Jean-Cap Ferrat ed il comune di Villefranche-sur-Mer, i  siti, fra quelli della Costa Azzurra che videro la sua presenza, che registrarono le sue permanenze più prolungate e significative,  a partire dal 1911.

A Villefranche-sur-Mer, durante uno dei suoi soggiorni all’Hotel Welcome, nell’estate del 1925,  scrive la “Lettre” a  Jacques Maritain, l’opera teatrale “Orphée”  ed una parte delle poesie di “Opéra”  e, più tardi, realizzerà i decori per quella che diventerà la Chapelle St. Pierre, inaugurata il 30 giugno 1957, a cui aveva cominciato a dedicare i propri pensieri proprio in un atelier della Villa Santo Sospir.

Per quanto Cocteau si fosse già esercitato a dipingere su grandi superfici, come avvenne per la loggia della villa Blanche dei suoi amici Denise e Edouard Bourdet a Tamaris nel 1932 e nella villa Kia – Ora a Pramousquier nel 1937, con esiti che più che altro si configurano come una prefigurazione modesta rispetto alle opere che realizzò a partire dal 1950, è nella Villa Santo Sospir, costruita tra il 1931ed il 1935 – in quello che la stampa corrente indica riduttivamente come “stile mediterraneo” -, che porta a compimento la più consistente opera di “disegno – scrittura”, secondo la definizione più volte usata da Cocteau stesso, che spesso usò anche la definizione con i due termini invertiti.

Egli, come ben sappiamo, volle definirsi primariamente poeta o, più modestamente ecrivain di una lingua “né vivente né morta che poche persone parlano e che poche persone capiscono” (2) ma la sua attività creativa si articolò in tutti i campi dell’arte, compresa quella cinematografica. E, proprio con la tecnica di quest’ultima, che “uccide la morte”, secondo un’altra sua definizione, ci ha voluto illustrare l’opera che egli ha realizzato sui muri, sulle porte, sulle suppellettili della Villa, che gli non chiamerà affreschi ma “tatuaggi”.

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“La Villa Santo Sospir è una Villa tatuata”, afferma, appunto, nel documentario, realizzato “usando un processo Kodachrome, che deforma i  colori a modo suo e nel modo più inatteso” e che ci restituisce una lettura di quest’opera decorativa non secondo un ordine cronologico di stesura o con una  lettura svolta attraverso una banale gerarchica di valori ma ricompone gli elementi illustrati in un unicum più consono all’espressione del più intimo spirito del Poeta.

Le realizzazioni illustrate nel documentario, tatuaggi ed altri elementi decorativi sono il primo stato compiuto di una situazione via via arricchita e lievemente modificata con passaggi successivi,  che hanno costituito quell’insieme che ancora oggi possiamo ammirare, essendo rimasto immutato fin dagli ultimi interventi effettuati da Cocteau, quando, nell’autunno del 1953,  contornando di blu gli affreschi del salone e dipingendo di rosso le cuffie dei pescatori, porta a termine l’intera opera, che aveva iniziato tracciando un sole al di sopra del camino del salone, per “rompere il fastidioso ozio”, nell’aprile del 1950.

Cocteau giunse alla Villa su espresso invito di Francine Weisweiller, che aveva conosciuto sul set della riduzione cinematografica de “Les Enfants terribles”, scritto tra il dicembre 1928 e l’aprile 1929, in una clinica di Saint Cloud, dove il Poeta si era fatto ricoverare per una cura di disintossicazione. Alla pellicola Jean Pierre Melville aveva cominciato a lavorare dall’inizio del 1950.

Arrivato per trascorrervi un fine settimana, Cocteau fece della Villa Santo Sospir il suo punto di riferimento per i successivi 13 anni.

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L’indubbia attrattiva dei luoghi e l’armoniosa amicizia che si era venuta a creare con la Weisweiller non furono i soli motivi che “costrinsero” Cocteau a fare della Villa di St. Jean Cap Ferrat la sua patria elettiva. Sappiamo, ad esempio, che più volte Cocteau aveva lamentato, rendendone pubblica confessione soprattutto ne “La difficoltà di essere” (3), di abitare case “che non lo volevano”, dove “i muri non si impregnavano di niente” o di appartamenti che non gli dicevano “ti aspetto”.

Qui trova, a suo dire,  un’isola felice, con architetture determinate dal clima e dai costumi locali e non la “sorta di esperanto visuale, dove gli edifici sono tutti gli stessi ed evocano caserme o cliniche”.

La costa ed il Mediterraneo avevano già esercitato un’influenza benefica sul poeta, come il modo di vivere e di pensare delle comunità che si affacciano sulle sue sponde, che aveva conosciuto nei suoi numerosi viaggi  e di cui fa rivivere stili di vita e modi di espressione nei “tatuaggi” della Villa: le varie figure di bagnanti e pescatori, ricomponendo il mitologico nel contemporaneo: il Fauno marino della Camera dei Saggi ha un pezzo di fougasse, “il pane tradizionale di Grasse, Biot e Antibes ed il Cacciatore armato di arco è il Santo Soupir della antica Antipolis.

A questi motivi di affezione va aggiunto un terzo, meno evidente ma non meno profondo: la convinzione preveggente che i criteri di “decentralizzazione”  politica ed economica che avrebbero fatto loro comparsa nel clima politico francese ai primi inizi degli anni 60, avrebbero dovuto, secondo Cocteau, estendersi al campo dell’arte e della cultura, tenendo conto delle ricchezze presenti nelle regioni più lontane dalla capitale, come,in particolare, nei territori delle  Alpes Maritimes e della Cote d’Azur (dal 1960 riunite nel Dipartimento “PACA”) ed è anche con questa impostazione “politica” che realizza i suoi lavori decorativi a Villefranche, a Cap d’Ail, a Mentone, oltre che, appunto, a Saint Jean-Cap Ferrat.

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I “tatuaggi”, come per altro le opere appena ricordate,  ci permettono di entrare fisicamente nella poetica dell’Autore. Infatti, qui troviamo espresso, in ambiente architettonico, l’intero suo repertorio, in termini di raffigurazione ed in termini di contenuti fondamentali e ricorrenti.

Nel disegno, che è “un altro modo di impiegare la scrittura” – aveva scritto in “Plein Chant” (4) – le figure della mitologia diventano  quelle della vita reale e non sono le scorie  di miti antichi ma costruiscono un teatro della memoria in continuo divenire di metamorfosi, un magma interiore che viene svelato e reso pubblico, “perché essere poeta consiste nel confidare pubblicamente i segreti” – dice testualmente nel documentario.

Ma quali sono i personaggi che popolano gli ambienti della Villa? Sono i personaggi emblematici cari a Cocteau. Orfeo su tutti, che aveva già domato le belve, arrestato i fiumi e mosso il popolo degli alberi e che ci accompagna nella discesa verso la “Zone”, quel mondo parallelo e sotterraneo dove anche la Morte, come nel film “Orphée”,  si vede negata la propria onnipotenza, in quanto anch’ella deve rendere conto delle proprie azioni ad un tribunale superiore (5),.

I “tatuaggi” occupano tutti gli ambienti significativi della Villa, con una grande serie di minime varianti che concedono all’osservatore il dono dell’ubiquità.

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Nella calma accogliente della Villa la lettura delle immagini è “un’attività artigiana”, non si ha fretta, non si saltano le righe ma ci si attarda nella poesia,  che non è che “cifre, algebra, geometria, operazioni e prove” (6), che, in modo più evidente nell’opera grafica di Cocteau, diventano la purezza del tratto grafico continuo.

Secondo questa linea espressiva, troveremo le figure con cui  il poeta  proietta sui muri la propria mitologia personale, con motivi e soggetti a lui familiari, in quanto più volte usciti dalla sua penna (7):

nel vestibolo che dà sul salone: la Notte parla con Mercurio, Orfeo con la lira, Orfeo come liocorno;

nell’anticamera che porta alla camera di Diana: un Dioscuro;

nel salone: il mito del Sole o testa di Apollo, il mito della Luna;

nella camera di Diana (che fu quella di Francine Weisweiller): il mito di Atteone trasformato in cervo e Diana;

nella camera dell’iniziazione delle Baccanti (camera di Carole Weisweiller): Dioniso e le Baccanti.

nella camera dei Saggi (o camera dei Capri, che fu la camera di Jean Cocteau): fauni e liocorni;

nella camera di Narciso (camera di Edouard Dermit, attore e figlio adottivo di Cocteau): Narciso e la ninfa Eco.

A tutti questi si aggiungono le altrettanto evidenti trasfigurazioni del reale: Saint Soupir a cavallo di un centauro, i Pastori addormentati sono i “Sacerdoti del sole”, cioè i pescatori di Villefranche-sur-Mer, con l’occhio a pesce, cioè il segno distintivo dei cristiani che popolavano le oscure catacombe.

A far da contraltare alla luce della Costa, che affascinò, oltre che Cocteau, innumerevoli artisti che, per questa sua esclusiva particolarità di dare vita ai colori, decisero di rimanere su quei lidi (8),, l’atmosfera interna della Villa si nutre di penombra.

Il  sonno, la condizione quanto meno di non veglia, è uno degli stati caratteristici dell’atmosfera che permea la Villa.

 

“Si dorme molto sui muri di Santo Sospir” – afferma lo stesso Cocteau ed  è attraverso le figure che richiamano questo stato di rilassatezza del corpo e dello spirito – che hanno l’apice nel  Genio del Sonno a cui Cocteau dedica l’unico tatuaggio accuratamente colorato, quello sul soffitto del corridoio che scende  alle stanze inferiori – che si manifesta il richiamo a quello stato del  “dormire da svegli un sonno che restituisce agli oggetti il loro vero significato”, cioè uno degli stati tipici degli adolescenti del film “Les enfants terribles”.

E non era proprio grazie all’attività onirica che Paul, al pari di altri protagonisti del testo e del film, poteva dominare lo spazio e il tempo? Al di sopra delle leggi, là dove, secondo la regina de “L’Aigle à deux têtes”  (9) scorre l’esistenza dei personaggi delle rappresentazioni artistiche.

In quella sfera vivono i corpi efebici, vive l’androgino, od il rebis alchemico, dove “tutto concorda nell’uno che è doppio”, che ritroviamo nelle simmetrie evidenti che accompagnano grandissima parte dell’opera figurativa e non solo figurativa, di Cocteau. Ed anche nella Villa non poteva non manifestarsi la sua sostanziosa presenza, nella decorazione delle porte, dove, al pari dei tatuaggi della Camera dei Saggi, restituisce, con un insieme di intersezioni, un labirinto di profili antropomorfi, abitualmente tracciati da una linea ininterrotta ma qui racchiusi da svolazzi che evocano “le carte celesti di un tempo”, a detta di George Waldemar, che ne scrisse quasi in contemporanea con la loro stesura, in “Art et Industrie”. (10)

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Carte celesti, costellazioni nelle cui forme si trasformavano i riccioli, le labbra, le mani di Dargelos, un altro degli “Enfants Terribles”, rappresentato, egli stesso, con le altre 14 illustrazioni della prima edizione del romanzo, con la tipica linea continua di Cocteau, che, ne  “La difficoltà di essere”, si chiedeva: “che cosa è la linea?”.

“E’ la via”, spiegava; che deve “vivere in ogni punto del suo percorso in modo tale che la presenza dell’artista si imponga più di quella del modello”. Il filo, che segna questo percorso tipico di Cocteau, sposa, di fatto, i contorni” della vita del Poeta, come ha sottolineato Isabelle Monod – Fontane in un recente testo (11) e rivelano le altre profonde impronte: quelle della simmetria e dello sdoppiamento, tracciate dalle linee che esse stesse guidano il poeta, senza interruzione ed evocano, ridotte all’essenziale, donne, divinità, pastori.

Si ripropongono senza ridondanze gli stilemi propri di Cocteau: il motivo simmetrico non era stato ugualmente al centro del dramma dei “Ragazzi terribili”? Là le silhouettes gemellari di Paul e di Elizabeth,  raddoppiate da quelle dei co – protagonisti Gérard e Agathe si sfaldavano e si ricongiungevano nella dilatazione mitica del quotidiano, dominato dalla figura dell’archetipo erotico indifferenziato, in cui si potrebbe riconoscere l’impronta di un’etica personale dello stesso Cocteau: “io conduco una vita da monaco. vita incomprensibile in una vita in cui gli abitanti non pensano che a strofinarsi gli uni con gli altri”  (12) .

Nella Villa, lo stile di Cocteau ci si offre parimenti senza ornamenti. Essi “Ci nuocciono, perché distraggono da noi stessi”, scrive ne “La difficoltà di essere”, a proposito del proprio “stile” (13), in armonia con gli interni, dove il luogo, che accoglie ancora gli arredi del XIX secolo in lacca e in vimini di Giava e di Sumatra, acquistati da Francine Weisweiller a Parigi da Madeleine Castaing, che piacquero al poeta, tanto da indurlo, forse anche confortato in questo dalla Castaing stessa, a non interferire con la loro presenza, contornandoli con precauzione ed intervenendo talora con piccoli tocchi di colore: blu, giallo, ocra e bruno e stabilendo per loro un posto da cui non si sarebbero sicuramente mai mossi, a  ricordare, con Cocteau, che: Picasso, Chagall, Matisse ed io stesso, su questa costa dove visse Renoir, abbiamo tentato di vincere lo spirito di distruzione che domina l’epoca. Abbiamo ornato superfici che gli uomini sognano di demolire. Forse l’amore del nostro lavoro le proteggerà contro le bombe” (14).

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  • 1 “La Villa Santo Sospir”, documentario di Jean Cocteau, 1952, da 00 58” in avanti.
  • 2 “Orphée”, di Jean Cocteau, con Jean Marais, Maria  Casares, Juliette Greco;  musiche di Georges Auric, 1950, da 01.00.22 in avanti.
  • 3 “La difficoltà di essere”, Serra e Riva 1985- Editions du Rocher, 1983. P. 124 dell’ed. it.: “A Parigi non trovo niente che mi vada. gli appartamenti che mi propongono, mi intimidiscono. vorrei che mi dicessero: ti aspettavo”.
  • 4 “Vocabulaire/Plain Chant, L’Ange Heurtebize/Par lui-même, Ed. Gallimard, 1923.
  • 5   “Orphée”, di Jean Cocteau, con Jean Marais, Maria  Casares, Juliette Greco;  musiche di Georges Auric, 1950, da 01.00.22 in avanti.
  • 6 “La difficoltà di essere”, Serra e Riva 1985- Editions du Rocher, 1983. P. 68 dell’ed. it.: “La poesia non è che cifre, algebra, geometria, operazioni e prove. soltanto, non si vedono né le sue cifre né le sue prove”.
  • 7 Le fasi di realizzazione dei « tatuaggi » : da aprile a settembre 1950: tatuaggio della villa; fine estate 1952: realizzazione dei soffitti e dei due mosaici del patio (uno sul pavimento, l’altro in una nicchia); autunno 1953: Cocteau contorna di blu gli affreschi del salone e dipinge di rosso le cuffie dei pescatori.
  • 8 “Ringrazio Dio per questa luce”, scriveva Henry Matisse nei suoi Diari.
  • 9 Opera teatrale di Jean Cocteau, divenuta poi l’ omonimo film del 1948.
  • 10 Waldemar George, « Jean Cocteau décore à Saint Jean Cap Ferrat la Villa Santo Sospir « , Art et Industrie, n. 19, 1950, p. 8.
  • 11 “Che cosa è la linea? È  la via. una linea deve vivere in ogni punto del suo percorso in modo tale che la presenza dell’artista si imponga più di quella del modello. per linea intendo la permanenza della personalità. nello scrittore, la linea prevale sullo sfondo e sulla forma. attraversa le parole che lo scrittore mette insieme. la linea è lo stile dell’anima, in certo qual modo, e se la linea cessa di vivere in se, se non disegna che un arabesco, l’anima assente e lo spirito morto”. Da Isabelle Monod – Fontane: “Portrait de l’artiste en fil d’Ariane”, in “Cocteau”, Catalogue del’Eposition “Jean Cocteau, sur le fil du siècle”, Centre Pompidou, Paris, settembre 2003 – gennaio 2005. Musée des Beaux Arts de Montréal, maggio – agosto 2004. Ed. Centre Pompidou, 2003, pp. 35 – 40.
  •  12 “La difficoltà di essere”, Serra e Riva 1985-  Editions du Rocher, 1983. P. 148 dell’ed. it.: “Io conduco una vita da monaco. Vita incomprensibile in una vita in cui gli abitanti non pensano che a strofinarsi gli uni con gli altri”.
  • 13 “La difficoltà di essere”, Serra e Riva 1985-  Editions du Rocher, 1983. P. 19 dell’ed. it.: “Non mi vergogno che degli ornamenti. Ci nuocciono, perché distraggono da noi stessi. Il pubblico li ama. Se ne acceca e trascura il resto”.
  • 14 “La Villa Santo Sospir”, documentario di Jean Cocteau, 1952,  da 35’ 28” in avanti.

 

 

 

Io ci sono andato in bicicletta ma per visite più « tradizionali », si prende appuntamento qui :  santosospir@aliceadsl.fr

 

téléphone : +33 (0)4 93 76 00 16
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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