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Una visita al Cabaret Dada

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Pagina “6 ZB” di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920

Nel 1976 compariva, a cura dell’Editore Feltrinelli, il poderoso volume “Almanacco Dada”, redatto da Arturo Schwarz. Nella antologia, la più completa che si potesse concepire, non veniva però compresa la “Visita al Cabaret Dada” (“Ein Besuch am Cabaret Dada”), per motivi rispetto ai quali lo stesso Schwarz  mi rese edotto in modo assolutamente credibile. Decisi quindi di provvedere ad una traduzione del testo in questione e ad una sua divulgazione, in quanto mi sembrava che il testo desse conto, nella sua narrazione fluida, delle sfaccettature dello spirito Dada. In più, era perfettamente consono ad un’atmosfera – quella dei tardi anni ’70 – in cui aleggiava un interesse per la cultura Dada, per molti aspetti, anche dal punto di vista comportamentale da parte delle giovani generazioni.

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Terza di copertina di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920

Se l’editoria non fu sorda a questo fermento (si ricordino solamente l’opera di Béhar – Einaudi 1976 – che, nella ripresa dalle edizioni Gallimard del 1967,  si riferisce alla complessità del dada parigino nella consueta commistione con il surrealismo -, a quella di  Forte –  Einaudi 1976-, fino alla citata raccolta di Schwarz), la proposta istituzionale nell’ambito delle arti figurative non fu meno attenta, allargando il proprio interesse verso artisti la cui poetica viene ancora oggi usualmente fatta riferire alla cosiddetta “Neo avanguardia”: Enrico Baj, Rauschenberg, Rotella, Cy Twombly, ai quali furono dedicate grandi esposizioni a Milano, Firenze, Roma etc.

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Quarta di copertina di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920

Come si può leggere nel “Redazionale” che qui viene riportato, l’interesse per il Movimento Dada ebbe il merito di riproporre un dibattito sui motivi dell’arte: essere promotrice di una rivoluzione culturale od assestarsi sulla più comoda posizione ben definita da Vincent Huidobro (“Epoca di creazione”, da “Création2, n.° 2, novembre 1921), dadaista anch’egli: “In arte la potenza del creatore ci interessa di più che quella dell’osservatore”.

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John Heartfield con “Il signor conservatore”

 

Redazionale (da “Artecontro”, n° 6, 1977):

il discorso sul dadaismo ritorna ad interessare studiosi e studenti. Il fatto ha una sua logica: essendo fra tutte le avanguardie la più radicale, in un tempo come il nostro in cui l’esigenza di un radicale rifiuto civile sembra ripresentarsi come una possibile soluzione, il dadaismo riemerge come un indiscutibile punto storico di riferimento. È uscito l’”Almanacco Dada” (Feltrinelli), a cura di Arturo Schwarz; recentemente, alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, è stata discussa una tesi di Piero Tanca e Giampiero Spigarelli sull’argomento, che ha avuto come relatori i docenti Corrado Gavinelli e Paolo Portoghesi. Altri contributi sono apparsi in riviste, in Italia ed all’estero, su singoli protagonisti del dadaismo. Il problema, grosso modo, è questo: quale soluzione poteva esserci alla radicale rivolta dadaista? La soluzione estetico – formale quale fu, per esempio, quella di Schwitters o la soluzione estetico – politica di Heartfield? La soluzione surrealista o quella “rivolta permanente” alla Duchamp? L’impostazione di “Artecontro” indica già da sé quale è la nostra risposta a tali domande.

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Copertina di “Jedermann sein eigner Fussball” (“A ciascuno il suo Pallone”), edito da Wieland Herzfelde il 15 febbraio 1919 e sequestrato dalle autorità il giorno stesso della pubblicazione.

Una visita al Cabaret Dada

Dove passerete l’eternità? Alle serate dada del dr. Otto Buchard.

Dunque, miei signori, lo spettacolo incomincia, improvvisamente, prima che loro se ne accorgano.

Noi andavamo per un lungo corridoio, ognuno con una candela in mano, davanti le signore, dietro i signori. La guida in pelliccia bianca con la mitria sulla testa diceva di tanto in tanto: “Alzate le mani e lasciate cadere il ventre. Toccate il timpano nel vostro orecchio e tirate fuori la bara dal naso, perché nessuno sa a che cosa serva”.

Poi soffiò nel suo corno di conchiglia, così forte che la calce cadde dalle pareti. Noi però ci sentivamo sempre molto sicuri se la sua voce risuonava, perché l’incertezza gravava sul nostro petto e al consigliere segreto Spätzle, noto membro del Partito Popolare tedesco, incominciavano a piegarsi le ginocchia, sebbene cercasse di sostenersi fino alla fine sulla sua retta colonna.

 

Camminammo più di due ore per questo corridoio nel quale c’era odore di cavolo e rifiuti.

Ci arrampicammo su traversine di binari, su ceppi e materassi marci e alla fine ci trovammo in un locale destinato palesemente a pratiche religiose. Là c’era il sacerdote dadaista, il primo che abbia mai visto in vita mia, in mutande viola con un gatto in braccio. Sulla testa portava una grande parrucca, dalla quale spuntavano due piume di pavone. Mentre parlava, gli cadevano i denti dalla bocca e al suono di una musica militare si giravano le girandole nelle sue orecchie. Qualche volta, il pavimento si inclinava tanto che molti ospiti cadevano e alcune signore tenevano di richiamare l’attenzione di signori “liberali”, alla vista delle loro gambe. Attraverso le fenditure dei muri usciva vapore e caldi getti d’acqua spruzzavano con forza dagli angoli.

Signori, era semplicemente sbalorditivo.

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George Grosz, John Heartfield: “L’arte è morta. Viva la nuova arte delle macchine di Tatlin”.

Il sacerdote alzò il petto di cartapesta e fece lampeggiare di qua e di là gli occhi, che aveva appuntato con dello spago. La sua voce era come il tuono che sorge dagli innaffiatoi, quando il sole della sera li rischiara. Aveva una barba nella quale i piccoli topi si dicevano: “Buonanotte” e i treni direttissimi sostavano presso l’abisso della sua nuca. Egli disse: “Io sono il sacerdote dall’inizio alla fine. Io sono il tulipano di Valparaiso e la zangola dell’arcipelago di Bismarck”.

Nel nostro gruppo aumentavano le voci di coloro che si rendevano conto dell’inganno e non desideravano altro che ritornare alla pace e all’ordine. “Noi abbiamo bisogno di lavoro e di organica costruzione della nostra patria”, disse un signore vicino a me, che più tardi si mostrò un politico molto “radicale”. “Noi vogliamo riavere il nostro re, il nostro buon re”, pensò una signora che si fece notare attraverso il contrabbasso con il quale manifestò il suo parere. In generale, l’opinione era quella che si sarebbe potuto trascorrere meglio la serata leggendo un buon libro, onorando Goethe, bevendo birra; in breve: con l’arricchire la cultura tedesca.

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Prima Esposizione Internazionale Dada a Berlino, giugno 1920.

Nel frattempo, il prete si era lasciato cadere su suo fianco destro; tirata una lepre sui suoi piedi, disse: “Io sono la giovane luna presso le cascate. Quando rido, si apre la terra e le “Case” che ancora c’erano, come se non sapessero niente, si radunano nella Kaiser Friedrich Platz. Heil, heil. Il cielo si spaccava e il flauto si rompeva. Di tutte le notti non è ancora mattino, non è ancora l’equinozio dell’agenzia di viaggi”.

Il signore vicino a me disse: “Non deve credere che nel dadaismo ci sia alcun senso. Queste persone sono truffatori cha sanno molto bene che l’insensatezza alletta la gente e che in questo modo le porta via i soldi di tasca. Guardi bene il tipo: ride fra se e se fino alle lacrime”. Una giovane signora irritò: ”Egli non ride – sussurrò – questa è vera ispirazione. Io ho visto i dadaisti a Dresda, quando si spaccarono sedie e si scaraventarono pianoforti sulle loro teste. Essere Dada significa essere valorosi”.

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Pagina di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920

Il prete, nelle sue mutande viola, incominciò a rotolarsi sul pavimento. Un marciapiedi volante venne con al Primadonna della Metropolitan Opera –House e sapeva fischiare sulle sue gambe il rag – time “La delice”; si poteva osservare appena senza arrossire e senza commuoversi.

Le vacche del mare vennero vicinissime, come se volessero mangiare dalle mani e gli enormi e verdi lucertoloni che pendevano da fiale e alambicchi dai soffitti incominciarono a girarsi come ventilatori. Era quell’aria di serra ed espressione ventriloqua della quale Capasses, nel suo famoso romanzo “Chevilles”, dice qualche parola importante.

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Pagina “TOM 2” di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920

Senza che nessuno l’avesse notato, il cancelliere Spätzle era esploso in una furia spaventosa: “Che cosa? – gridò – si osa presentare questa roba a me, a me che sono nato da genitori a modo e che ho avuto una buona educazione e mi sono spremuto per nove anni le classi di un ginnasio umanistico? Io ho sostenuto il progresso ma quello che è troppo è troppo”. Si guardò intorno: “e, dal punto di vista nazionale (rise sarcastico), questi dadaisti sono presi in affitto dall’Intesa per far qui la rivoluzione. Guardate – il Dadasoph si era svegliato – è questo un uomo o un animale?”. Si accese subito una discussione se il Dadasoph, che era appena uscito da una “immersione”, fosse un uomo o un animale. Si decise per quest’ultimo. Appena il consigliere ammutolì, incominciò l’entrata trionfale del tribunale mondiale dadaista. Sembrò che la costruzione dovesse cadere sulla nostra testa. Sotto un grandioso baldacchino portarono il cosiddetto Presidente dell’Universale, Johannes Baader, che fu apprendista di un sarto, munito di tutti crismi della pazzia e della dionisiaca imbecillità. Dalle sue orecchie sgorgava acqua calda, sul sedere gli avevano cucito u guanto da boxeur, nel quale avrebbe custodito i motti della sua immortale opera “La vita amorosa dei dadaisti”.

Stretti al Presidente, stavano il Dadasoph Hausmann e quell’Huelsenbeck al quale si ascrive la fondazione di questo disordine. Il Dadasoph salì su una civetta, l’animale della saggezza e, nella sua mano, aveva il simbolo di Zarathustra, il serpente e l’aquila. “La terra, come problema di conoscenza – disse – è tabù Dada. Dal tutt’uno arriviamo ai maiali, hopsassa”. Queste parole misero in agitazione un signore della nostra compagnia, che aveva letto con premura Hegel e Schopenhauer. Il Propagandmarschall Grosz venne con il timpano, segno del potere dadaista mondiale. Lo seguiva immediatamente dietro il noto ministro dei trasporti Monteur Dada Heartfield. Era una compagnia illustre.

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Copertina di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920

Su mucche e cavalli o a piedi con trombe giocattolo e raganelle seguivano i signori dadaisti di tutti i Paesi, contraddistinti dalla stessa espressione dadaista. Qui c’era il Troubadour uomo di vita (gaudente) del movimento dadaista a Parigi, signor Tristan Tzara, in uniforme da dipendente della metropolitana. Più lontano, si vedeva il famoso autore di “Anna Blume”, Kurt Schwitters. Il rumore si fece così grande che i nostri timpani si lamentavano come bambini.

La grande mollezza delle ossa cadde dai tetti, nessuno sapeva a che cosa servisse tutto ciò. Allora l’apprendista sarto Baader gridò: “Dada è la vittoria del buon senso cosmico sui demiurghi. Dada è il cabaret della terra, così buono come la terra è il Cabaret Dada. Dada è Dio, Spirito, materia e…(nell’originale sono la foto ed il nome di Richard Huelsenbeck)…arrosto di vitello nello stesso tempo”.

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Pagina di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920

Il signore che mi era vicino gridò con rabbia: “Dada – egli disse – è l’assurdità bella e buona. Dada significa la dissoluzione della scuola dello Stato tedesco e la rovina dello spirito tedesco”.

Richard Huelsenbeck 8”Der Dada”, n. 1, aprile 1920).

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Pagina “1 mm” di “Der Dada”, n.° 3, aprile 1920